Sentirsi in buone mani

A seguito della comunicazione di una diagnosi di cancro o di un’altra malattia che riteniamo minacciosa per la nostra sopravvivenza, sentiamo immediatamente di lasciare la nostra vecchia vita perché ora stiamo entrati a piè pari in una situazione di emergenza. La paura è il grande nemico in queste circostanze, attiva l’asse dello stress che altera il buon funzionamento dell’organismo, e può generare una forte ritenzione idrica capace di produrre un peggioramento dei i nostri sintomi. Cerchiamo istintivamente e con urgenza degli appigli per non essere trascinati via dagli eventi e metterci al sicuro, nel tentativo di risolvere o quantomeno arginare il problema. Il primo e più importante di questi appigli è il medico.

L’importanza di una buona relazione medico-paziente

Il medico ha un grande, grandissimo potere in questo momento, quello di scegliere gesti e parole che possano aiutarci a sentire che siamo in buone mani. L’alleanza terapeutica, ovvero il rapporto di parità, fiducia e vicinanza umana che si stabilisce con il proprio terapeuta, è fondamentale perché aiuta la persona a tornare serena, a mantenere la speranza nella possibilità di tornare a stare bene o quanto meno di ricevere il miglior trattamento possibile, qualunque cosa possa succedere. Le aspettative positive, come sappiamo, modificano la biochimica interna in senso virtuoso, potenziando le capacità di autoregolazione e di rigenerazione dell’organismo e riducendo la percezione del dolore. Se io credo in chi mi cura, avrò maggior fiducia anche delle terapie che mi verranno proposte e molto probabilmente anche la presenza a l’intensità di eventuali effetti collaterali negativi verranno ridimensionate (Simonton et al., 1978).

Scegliere un medico o un gruppo di terapeuti di cui mi fido e per i quali sento di contare, è perciò una parte fondamentale della cura. La prima cosa da chiarire è dunque che tipo di medico soddisfa le mie richieste. Ognuno ha esigenze proprie, in base alla sua storia, al tipo di problema, al suo carattere, ai suoi timori, per cui si tratta di una scelta che non può essere delegata.

Nel mio lavoro, osservo spesso che le persone raramente si chiedono di che tipo di medico hanno bisogno per sentirsi davvero supportate. Restano con lo specialista che gli è toccato in sorte, anche se sentono una profonda angoscia ogni volta che lo devono incontrare, perché magari usa termini incomprensibili, li tratta con sufficienza o distacco, oppure trasmette loro con parole o gesti una totale mancanza di speranza. Spesso, la sensazione di minaccia per la propria vita e la soggezione di fronte al camice bianco, bloccano ogni tentativo di richiesta di chiarimento od obiezioni da parte della persona. «Ho paura di fargli perdere tempo con le mie domande, in ospedale sono così occupati…», «Se mi ha detto che devo fare questa cura, vuol dire che è così, se magari chiedo chiarimenti può pensare che non mi fidi di lui…». Certo, in una situazione di urgenza probabilmente inizierò a farmi seguire dallo specialista che lavora nel mio centro sanitario di riferimento, ma piano piano, avrò modo di chiarire a me stesso se con quella persona mi trovo bene o no. Ne vale davvero la pena.

Qual è la mia posizione rispetto a chi dovrebbe occuparsi del mio percorso di cura?

Come primo passo di consapevolezza è importante chiarire qual è la mia posizione come persona che deve affrontare un problema di salute. Cosa rappresenta per me il medico di riferimento? Lo assimilo a un Salvatore, a una divinità da cui dipende la mia vita? È qualcuno di superiore a me, irraggiungibile, portatore del Verbo, al quale non posso fare domande o che non può essere contraddetto? Oppure è un mio prezioso consulente, un professionista a cui posso appoggiarmi, che mi aiuta a decidere il da farsi ma che non sceglie al mio posto? O ancora, è una persona come me che sta cercando solo di fare il suo meglio e con la quale cerco un’intesa su un piano umano, innanzitutto?

Chi ho di fronte?

Cerchiamo di entrare per un attimo nella pelle del medico. Nella maggior parte dei casi, come malato, ho di fronte una persona che da anni si impegna a offrire ai suoi pazienti il meglio della ricerca e della pratica clinica disponibili; normalmente deve comunicare notizie molto delicate e  inoltre, trova una grande difficoltà nel rispondere alle paure e alle preoccupazioni del paziente; non ha in genere ricevuto una solida formazione in tal senso e di conseguenza cerca di creare una distanza con il paziente che gli permetta di non essere assorbito da richieste di tipo emozionale, spirituale o esistenziale  che non saprebbe come gestire. A volte questa distanza è dovuta al tentativo di evitare di trasmettere le proprie emozioni negative, frequenti nei casi avanzati in cui è il medico per primo che non ha più speranze da trasmettere al malato e ai suoi familiari. In più, è raro che i medici ricevano supporto per elaborare i loro sensi di colpa, di dolore e di fallimento quando non riescono a guarire qualcuno di loro assistiti.

Ogni medico è inoltre soggetto ai dettami della professione, per cui è tenuto ad applicare un protocollo che magari condivide in tutto o solo in parte, ma che non può disconoscere. Se oltretutto si trova di fronte a un quadro clinico complicato, può essere portato a esternare tutta la casistica di eventi nefasti che potrebbero accadere o a prescrivere una serie infinita di esami, non tanto perché li ritenga utili quanto perché crede in tal modo di proteggersi da eventuali denunce per negligenza o per scarsa accuratezza nella trasmissione delle informazioni.

Si tratta perciò di un essere umano con luci e miserie, limiti e obiettivi, come me, con il quale cercherò di stabilire la migliore comunicazione possibile.

Comunicare con i terapeuti

Comunicare con il medico che ci assiste non è sempre facile, perché a volte non lo è la situazione che ci vede l’uno di fronte all’altro. Non è facile perché quando stiamo male e siamo spaventati, non siamo su un piano di parità: io  ho bisogno di lui, mi sento estremamente fragile e ho il fiato sospeso quando mi parla; ho paura di quello che potrei ascoltare  mentre lui ha paura sia dell’impatto che le sue parole avranno su di me, sia di poter sbagliare. Lui inoltre ha normalmente il tempo contato e magari non può dire sempre quello che pensa. E due persone che non si sentono a loro agio e si confrontano in queste condizioni, difficilmente possono parlare in modo rilassato, esaustivo e sincero come davanti a un calice di vino. È probabile che saranno necessari più incontri per poter trovare una sintonia.

Cosa gli chiedo?

Cosa chiedo al medico? Di che tipo di informazioni, gesti o rassicurazioni ho bisogno per sentirmi in buone mani? Sarebbe importante chiarirlo a me stesso. Voglio comprendere esattamente cosa sta succedendo nel mio corpo, o preferisco di no? Voglio essere informato anche della possibile evoluzione del problema e delle possibilità di sopravvivenza o preferisco lasciare da parte opinioni e probabilità statistiche per concentrarmi sul presente? Voglio conoscere i pro e contro delle terapie che mi propongono o credere che funzioneranno e basta? Voglio essere coinvolto nelle decisioni che riguardano la mia salute o preferisco che siano gli esperti a decidere per me? Non esiste una scelta valida per tutti, ognuno troverà la soluzione di compromesso tra preoccupazione, necessità di controllo e speranza di tornare a stare bene.

Era necessario fare questo premessa perché tutte le situazioni che esamineremo in seguito, faranno perno sul nostro modo di stare di fronte al medico e di costruire un rapporto con lui capace di soddisfare i nostri bisogni di assistenza. Niente è dato per scontato, è molto importante stare sempre in ascolto di quello che si muove dentro di noi, senza pretendere di arrivare alla soluzione perfetta in un colpo solo. Siamo liberi di aggiustare il tiro in ogni momento, incontro dopo incontro, in base alle nostre necessità.

Interrogarsi sulle sensazioni di fronte al medico

Probabilmente, nel momento in cui mi viene comunicata la diagnosi, è anche la prima volta che incontro quello che dovrebbe essere il mio medico curante, dunque il nostro incontro è casuale e non il frutto di una mia scelta. Durante i successivi colloqui però, posso iniziare a chiedermi se sia o meno la persona giusta per aiutarmi. Per agevolare la riflessione, vi propongo una serie di domande che spesso emergono in questa parte dell’esperienza.

  • Cosa mi trasmette?
    • Serenità, competenza, nervosismo, prepotenza, dolcezza? Mi tratta da suo pari o no?
  • Che cosa cerca? Qual è il suo bisogno verso di me, il suo obiettivo principale?
    • Vuole solo aggiustare il mio corpo senza stabilire una relazione con me oppure cerca un contatto personale? Vuole che segua i suoi consigli senza discutere oppure lascia spazio ai miei dubbi e alla mie decisioni? Vuole liberarsi di me al più presto o è disposto a dedicarmi del tempo?
  • Come mi sento in sua presenza?
    • Sono sereno o agitato? Provo soggezione o mi sento a mio agio? Resto in apnea o respiro tranquillamente? Resto lucido o mi dimentico le cose che avrei voluto chiedergli?
  • Come mi sento al pensiero che sarà lui o lei a occuparsi di me?
    • Sento nel corpo una sensazione di rilassatezza o mi irrigidisco? Il mio respiro si espande o vado in apnea? Aggrotto la fronte o i miei lineamenti si distendono? Sento un nodo sullo stomaco o la mia pancia si ammorbidisce?

Cosa desidero da lui?

Vi suggerisco degli esempi, pregandovi di stare a contatto con le sensazioni che questi vi danno.  Ascoltateli con il corpo e non solo con la mente.

  • che sia competente;
  • che mi guardi negli occhi;
  • che mi chiami per nome;
  • che mi informi;
  • che mi ascolti;
  • che possa riservare uno spazio di tempo e di attenzione per le mie preoccupazioni ed emozioni;
  • che mi trasmetta fiducia nel fatto che tutto andrà bene, comunque vada;
  • che possa rispondere alle mie domande fino a che non sarò soddisfatto della comprensione acquisita;
  • che comprenda che possa richiedere un secondo parere, non per mancanza di fiducia in lui ma per mia tranquillità, perché so che la medicina non è una scienza esatta;
  • che sia onesto e trasparente e non cerchi di forzare la mano, magari paventando il peggio, se non condivido le sue prescrizioni;
  • che sia aperto alla possibilità di collaborare con gli altri terapeuti che formeranno la mia “squadra” nel percorso di salute;
  • che mi coinvolga in ogni processo decisionale che riguardi la mia salute;
  • che decida per me;
  • che mi rispetti e mi supporti anche se decido di seguire una strada terapeutica diversa rispetto a quella che lui o lei consiglia;
  • che si prenda cura anche della mia famiglia;
  • che comunichi solo con me evitando di trasmettare informazioni ai miei familiari;
  • che sia disponibile ad essere contattato all’occorrenza al suo cellulare;

Chiarire dentro di me di che cosa ho bisogno dal mio medico o staff di terapeuti, è un fattore chiave, perché nel caso in cui io ravveda dei punti della relazione o delle modalità di comunicazione che possono essere migliorati, li posso condividere con chi mi cura. E se questo non mi verrà permesso, allora avrò un’informazione in più che peserà su uno dei piatti della mia bilancia.

Lettera al medico

Quando siamo di fronte al nostro medico, per novità che insorgono o perché magari ci agitiamo, è possibile dimenticare di esprimere punti importanti. A tal fine, potrebbe essere utile metterli per iscritto, nel momento in cui ci vengono in mente, in una lettera che possiamo tenere per noi, o consegnare a lui, chiedendogli che, per favore, gli dia uno sguardo non appena può. Successivamente, staremo a vedere se ha prodotto degli effetti e, in ogni caso, servirà a fare chiarezza dentro di noi.

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Il Counseling in Psicosomatica applica in modo esperienziale tutti questi fattori nei percorsi di crescita e ritorno alla salute che propone. Per ulteriori informazioni sui fattori che promuovono il ritorno alla salute o o sui percorsi proposti in base al vostro specifico caso, contattatemi.

Nota: il Counseling non è psicoterapia, né un intervento di cura o un’attività sanitaria. Il Counseling è una professione disciplinata dalla Legge n. 4 del 14 gennaio 2013.


Bibliografia

Benedetti F. (2018), La speranza è un farmaco, Mondadori Libri S.p.A., Milano.

Cousins N. (1976), “Anatomy of an illness (as perceived by the patient)”, New England Journal of Medicine 295: 1458-63.

Lown B. (1996), The Lost Art of Healing, S.n., S.l. (trad. it. L’arte perduta di guarire, Garzanti Editore, Milano, 1997).

Simonton C., Matthews-Simonton S., Creighton J. L. (1978), Getting well again, Bantam Books, New York, (trad. it. Ritorno alla salute, Edizioni Amrita, Torino, 2005).

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