Il prezzo di un respiro

Quanti di noi, svegliandosi la mattina, sono soddisfatti della vita che conducono?

Nella società e nel periodo storico che ci ospitano, la nostra esistenza è tanto più celebrata dal sistema quanto più ognuno di noi si disponga a seguire un ritmo di vita e un insieme di valori funzionale alla produzione. Produzione di cosa? Di oggetti di cui dalla mattina alla sera ci spiegano che abbiamo un assoluto bisogno, di corpi e menti ideali ai quali vorremo assomigliare e del conseguente profitto, metro di valore supremo e indiscutibile delle cose e degli uomini.

Gli orari di lavoro conquistati dalle dure battaglie delle generazioni che ci hanno preceduto, riprendono ad allungarsi per essere sacrificati sull’altare della produttività. Al tempo stesso dobbiamo essere eleganti, misurati e altruisti, e per seguire queste regole spesso mandiamo noi stessi sullo sfondo: a noi penseremo più avanti, ora non abbiamo tempo per tutti. Questa lista di priorità lentamente ci inaridisce, allontanandoci progressivamente dalla nostra vocazionale intimità con noi stessi, con la natura e con gli altri.

Il nostro mondo personale è immerso nel rumore assordante delle informazioni che dovremmo conoscere, dell’inesorabile segnale orario e degli impegni che rispettiamo, oltre che per sopravvivere, per essere visti e riconosciuti. Nella corsa per il “successo”, disegnato da altri ma che abbiamo fatto nostro, abbiamo paura di fermarci anche solo per un attimo, perché il prezzo di ciò potrebbe essere quello di restare fuori dal gruppetto di testa.

La frustrazione di fondo

Ci sono però dei momenti in cui dalle nostre profondità emerge una discordanza che turba l’apparente superficie delle nostre giornate: percepiamo che questa corsa non fa per noi, che è un fardello troppo pesante, adatto a una razza a cui non apparteniamo. Sentiamo il bisogno di esprimere necessità, verità ed emozioni che per noi sono vitali ma che non hanno posto nel sentiero segnato lungo il quale siamo soliti camminare: si intromettono nella strada tracciata di persone sensate ed emotivamente “normali” e di creature funzionali all’aumento della ricchezza, quella che porta ammirazione e che ci dà diritto di cittadinanza.

Vorremmo poter dire e manifestare che siamo diversi, diversi dalle aspettative dei nostri cari, diversi dall’ideale di persona così apprezzato dalla società in cui viviamo. Vorremmo esprimere i nostri veri sentimenti e valori e realizzare un progetto di vita magari ridicolo agli occhi degli altri ma intimamente giusto per noi. Vorremmo finalmente mettere i nostri bisogni in prima fila e non dare sempre priorità a quelli che non ci appartengono per paura di essere criticati, di sentirci colpevoli o “sbagliati”.

La paura di cambiare

Ma essere liberi può avere un prezzo molto alto da pagare: la paura di perdere l’amore e l’ammirazione delle persone a cui teniamo e di essere esclusi dal mondo più grande a cui abbiamo scelto di appartenere fino ad ora. In questo contesto la malattia è spesso l’unica situazione che, inconsciamente, ci permette di trovare uno spazio di comfort tra tutte queste esigenze, offrendo uno scenario per soddisfare quelle necessità che non abbiamo il coraggio di realizzare altrimenti.

Una malattia per poter respirare

«Se sono malato, posso concedermi di esprimere i mei sentimenti, perché so che saranno tollerati. La mia debolezza e la mia frustrazione non verranno guardate con disprezzo, bensì con affetto e comprensione. Verrò lasciato in pace dai molteplici impegni familiari e di lavoro e non sarò più gravato dalle aspettative altrui. Potrò godere della compagnia e delle mille attenzioni che avranno per me le persone che mi amano. Potrò affermare a pieno diritto che la vita insoddisfacente che faccio mi sta distruggendo, e questo sarà percepito come qualcosa di sensato e reale. Potrò creare uno spazio di quiete in cui riprendere contatto con le mie passioni, con quelle attività e sogni che ho sempre messo da parte, ricordandomi per un attimo chi sono.

Potrò finalmente respirare.

Soprattutto nei casi di malattie “preoccupanti”, potremo dunque darci il permesso di essere diversi, sospendendo l’immagine fissa che abbiamo di noi, concedendoci di cambiare le nostre abituali priorità e fornendo al contempo una valida giustificazione di questo agli altri ma soprattutto a noi stessi.

La trappola

L’attimo di “tregua” che può scaturire da una simile situazione rischia però di diventare una trappola se lo stato di maggior vicinanza a sé, insieme al sistema degli altri vantaggi che viene sperimentato, non hanno modo di essere replicati al di fuori della malattia. In questo caso c’è un interesse nel restare ammalati, il che può essere un prezzo davvero alto da pagare per risolvere problemi che potrebbero essere affrontati cambiando i propri comportamenti, concedendosi di ascoltare e rispettare le proprie necessità.

Il sistema di convinzioni

Il primo passo sta dunque nel riconoscere uno per uno i benefici di cui abbiamo iniziato a godere nella situazione di infermità e che cesseranno non appena riprenderemo a stare meglio. Successivamente sarà necessario analizzare per quali ragioni non riusciamo a realizzarli nella nostra quotidianità.

Spesso risulta difficile cambiare il proprio modo di muoversi e di agire nella vita perché si interpreta il mondo sempre dallo stesso punto di vista, ovvero dallo stesso sistema di convinzioni su noi stessi e su come dovremmo essere, sul mondo e sugli altri. E se non ci permettiamo di sperimentare che tutto questo può essere “altro” da quel che abbiamo sempre immaginato, non riusciremo a trasformare in realtà le nostre necessità profonde, quelle che ci regalano pienezza, gioia di vivere e salute.

L’occasione per un cambiamento

Riconoscere che una modifica di atteggiamenti e posizione può essere veramente questione di vita o di morte, può spingerci a compiere il passo decisivo verso il cambiamento. Tante persone hanno confermato che senza l’aut aut della malattia avrebbero potuto continuare indefinitamente a vivere una vita di tranquilla disperazione, di mera sopravvivenza. È di conseguenza responsabilità di ciascuno trasformare il momento di pausa prodotto dal problema di salute in un’occasione imperdibile di crescita personale.

Per approfondimenti sulla costruzione di una maggiore consapevolezza e per una descrizione dei suoi effetti sulla salute, vi rimando alla pagina Fattori di guarigione.

Nota: il Counseling non è psicoterapia, né un intervento di cura o un’attività sanitaria. Il Counseling è una professione disciplinata dalla Legge n. 4 del 14 gennaio 2013.

Condividi: