La posizione di forza

Dal momento che parliamo di guarigione, la nostra attenzione si dirige verso la ricerca e messa in atto di quell’insieme di pensieri, atteggiamenti e comportamenti che favoriscono il ritorno alla salute quando la malattia si è già presentata.

Cosa favorisce il processo di guarigione

Come già sottolineato nelle pagine dedicate alla realtà della relazione bidirezionale tra psiche e corpo, ciascuno è parte in causa nel suo stato di salute. Se ci pensate bene, è il concetto stesso di “salute” che cambia: se siamo il risultato di una comunicazione continua tra la nostra dimensione corporea e quelle immateriali (emozionale, psichica, esistenziale, spirituale), allora il benessere diventa una questione che riguarda tutto l’insieme, come un’unica entità. In altre parole, siamo sulla via della salute se i nostri pensieri, convinzioni, desideri, affetti, esigenze spirituali trovano una risposta di pienezza nella vita che ci siamo costruiti.

L’obiettivo è arrivare a ridurre al massimo le tensioni, le relazioni e le attività foriere di malessere per raggiungere progressivamente uno stato emozionale caratterizzato da speranza, fiducia, gratitudine e accoglienza; uno stato nel quale sento di essere in buone mani e in cui scambio un affetto profondo con chi mi circonda; uno stato in cui seguo il mio intuito e in cui do priorità ai miei bisogni; uno stato in cui esprimo e risolvo i sospesi del passato; uno stato in cui vivo nel rispetto della mia natura profonda e nel quale in cui il divertimento, il gioco e la creatività diventano le mie nuove medicine; uno stato in cui raggiungo la connessione spirituale che mi fa sentire meglio e in cui riesco a dare un senso a tutto quello che ho vissuto; uno stato di entusiasmo verso il piacere e la vita; uno stato nel quale sento di avere forti ragioni per vivere ma nel quale riesco anche a fare pace con l’idea di poter morire.

Può sembrare un progetto ambizioso, ma spesso è proprio la malattia che dà la spinta decisiva per realizzarlo. Da dove iniziare dunque? Da un fattore che costituisce la base di tutto il percorso, ovvero il raggiungimento di un senso di solidità interiore dal quale gestire con serenità una situazione che percepiamo minacciosa per la nostra sopravvivenza.

La “posizione di forza”

Nella nostra cultura collettiva, il “paziente” è una persona che attende, obbedisce, patisce. Si tratta di una figura ritenuta priva di forza propria, che ritiene che l’unico rimedio al suo male risieda nell’intervento di un “salvatore” esterno, alla volontà del quale non può far altro che sottomettersi. Questo tipo di atteggiamento così diffuso, basato su una convinzione di impotenza, non sembra però essere quello che favorisce il ritorno alla salute né quello che si collega a una maggiore sopravvivenza successivamente alla diagnosi.

La malattia rappresenta una situazione eccezionale, nella quale è richiesto un grande sforzo di adattamento e nella quale è cruciale che ogni persona possa trovare una propria “posizione di forza”. Con questo termine intendiamo quell’insieme di strategie d’azione per il recupero della salute che ci fanno sentire sicuri del fatto che stiamo mettendo in atto tutti gli strumenti possibili per riprendere a stare bene.

La posizione di forza è personale e unica per ciascuno. Per alcuni potrà consistere in un atteggiamento del tipo fighting spirits (spirito combattivo), ovvero quella in cui la persona ha un ruolo estremamente attivo e crede fermamente che guarirà,  a dispetto di quel che dicono i medici; chiede informazioni a più riprese, mette sul piatto della bilancia ogni consiglio terapeutico, vuole essere coinvolta nelle valutazioni sulle cure e decidere lei quale strada scegliere per sé; è insomma un tipo di paziente abitualmente considerato “impegnativo” dai medici. Altri potranno sentirsi forti nell’affidarsi ciecamente ai medici e alle loro proposte, non perché si sentano impotenti e disperati, bensì perché credono profondamente che questa sia non solo la migliore soluzione, ma anche quella che farà loro bene. Altri raggiungeranno la serenità, la fiducia e il senso di controllo con altre scelte. Non è certo una posizione di forza quella di essere sicuri che moriremo presto, e che qualunque cosa cercheremo di fare non servirà a niente.

Un esempio di spirito combattivo

Per darvi un esempio di quel che si intende per atteggiamento del tipo fighting spirits, che sembra essere quello più frequente nei fenomeni di guarigione, soprattutto se straordinari, vi propongo uno stralcio dal libro Radical Remission della ricercatrice e psicologa statunitense Kelly Turner. Si tratta dell’esperienza di Janice (Turner 2015, p. 51, traduzione propria).

“A Janice era stato diagnosticato un cancro alla cervice uterina al quarto stadio nel 1985. Aveva subito un’isterectomia totale seguita da un trattamento radioterapico che non si rivelò efficace. Lei però rifiutava di credere che sarebbe morta e iniziò a cercare nuove tecniche di medicina alternativa che avrebbe potuto provare.

Mentre ero all’ospedale, per due mesi i medici e le infermiere passavano due ore al giorno a cercare di convincermi che dovevo morire, che non c’era speranza, che dovevo accettarlo. Gli ho detto che non lo avrei accettato. Capivo quel che mi dicevano. Capivo le loro statistiche. Avevo compreso la prognosi. Nonostante questo io ero determinata a non distogliere la mia attenzione dalla possibilità che il mio problema di salute si sarebbe completamente risolto, che avrei potuto curarmi… E io credo che il mio grado di controllo ha avuto un ruolo positivo sulla mia guarigione…I dottori e le infermiere dicevano che i trattamenti non convenzionali non avrebbero avuto nessun effetto. Pensavano che i miei sforzi fossero ridicoli e che avrei dovuto accettare il mio destino e prepararmi a morire. Se non avessi avuto l’intuitiva sensazione che avrei vissuto e se non avessi avuto un temperamento un po’ ribelle, avrei creduto a quel che mi dicevano e oggi non sarei qui a raccontare la mia storia.

Quando fu dimessa dall’ospedale, per essere seguita come hospice, poté finalmente dedicare tutta l’energia, che lì doveva impiegare per resistere alle pressioni esterne,  a mettere in pratica tutto ciò che riteneva utile per sé, cambio della dieta, lavaggi intestinali, assunzione di integratori. Qualche anno dopo era libera da malattia e lo è ancora oggi dopo trent’anni.”

Naturalmente questo è un caso limite, fortunatamente esistono medici molto più attenti a non scoraggiare i loro assistiti, ma rende bene l’idea dell’importanza di credere in se stessi per massimizzare le possibilità di recupero.

Cosa ci dicono gli studi.

Uno studio riguardante un monitoraggio a quindici anni di pazienti con cancro al seno al primo stadio, indicano che una reazione alla diagnosi basata su un atteggiamento ottimista e combattivo o di negazione è positivamente correlata a una sopravvivenza più lunga rispetto a uno stile di adattamento basato sulla mera accettazione o su sentimenti di disperazione e impotenza, con un rapporto superiore al 2:1 (Greer et al., 1990).

In numerosi studi osservazionali riguardanti le guarigioni straordinarie dal cancro, è stato osservato che le persone erano accomunate dal fatto di aver realizzato un importante mutamento psicologico prima di sperimentare la remissione della malattia: qualcosa era scattato dentro di loro che le aveva portate a un’evoluzione esistenziale (Schilder, 2004), che le aveva viste diventare attive protagoniste della loro vita. Questi cambiamenti sono stati accompagnati da manifestazioni di autenticità e autonomia e in particolare dall’aver posto fine a situazioni non soddisfacenti e dall’essersi fatte carico dei propri problemi.

Riguardo la gestione della propria salute, altri articoli segnalano che i pazienti con  tempi di sopravvivenza eccezionalmente lunghi, ne avevano preso in mano le redini, ponendosi come figure decisionali al centro di un équipe nella quale i medici e altri terapeuti avevano il ruolo non di “salvatori” ma di consulenti (Roud et al., 1987). Un altro studio rileva che le persone guarite da un cancro in stadio avanzato, hanno tutte “scavalcato” il sistema (Huebscher, 1992) e un altro ancora rivela che queste hanno sperimentato un aumento della loro autonomia individuale e una minor sensazione di fragilità prima di guarire (Schilder, 2004).

Uno studio prospettico realizzato su pazienti oncologici al quarto stadio, durante un anno di psicoterapia, ha constatato che i pazienti caratterizzati da una più lunga sopravvivenza sono stati anche i più motivati nel coltivare il proprio benessere frequentando le sedute, facendo i “compiti”, realizzando i cambiamenti consigliati nella propria vita (Cunningham et al., 2000). In altri casi è stato rilevato un ricorso diffuso a tecniche di auto-aiuto come meditazione, visualizzazioni, tenuta di un diario e altre (Cunningham et al., 2004).

Quest’ultimo lavoro, inoltre, ha comparato, tra i pazienti oncologici al quarto stadio, pazienti che hanno sperimentato una remissione spontanea e pazienti che non sono sopravvissuti. Tra le altre cose, questo studio ha rilevato che le persone guarite erano accomunate dalla capacità di vedere la malattia come una fonte di motivazione verso il cambiamento, mentre i pazienti con minore sopravvivenza mantenevano il loro focus sulla malattia. E anche qui la volontà di assumere il controllo della propria vita si è rivelato molto presente con questa particolarità: “quando le persone agiscono autonomamente, lo fanno con un senso di libertà personale e volontà più che spinte dalla paura, dal senso del dovere, di dipendenza o preoccupazione per l’opinione altrui” (Cunningham et al., 2004, p. 221, traduzione propria).

Infine, un altro studio ha comparato chi è guarito contrariamente alle previsioni con le persone per le quali ci si aspettava una sopravvivenza statistica. I ricercatori hanno notato che i primi erano più passivi dei sopravvissuti attesi al momento della diagnosi, ma molto più attivi di questi al momento della remissione. In altre parole, sembra che le persone che fanno il cambiamento più grande dall’essere passivi all’esercitare un ruolo attivo nella loro salute sono quelle che con maggiore probabilità sperimenteranno una guarigione straordinaria (Kats, Epstein,2005).

Conclusioni

Gli studi sul cancro sembrano dunque indicare, sia quando si riferiscono a un follow-up dei pazienti nel lungo termine, sia quando si riferiscono a casi di guarigioni straordinarie, che l’atteggiamento che dà maggiori probabilità di sopravvivenza, se non di guarigione vera e propria, sia quello caratterizzato da una carica vitale forte che permette di:

  • credere fortemente nelle proprie possibilità di tornare a stare bene;
  • tornare al centro di tutte le decisioni riguardanti la propria vita e la propria salute;
  • impegnarsi a fondo per realizzare tutte le strategie terapeutiche nelle quali si crede davvero e che sono state scelte con convinzione;
  • essere autentici, esprimere se stessi senza remore;
  • mantenere il focus sulla vita e sulle proprie ragioni per vivere;
  • realizzare quei cambiamenti che portano verso la vita che davvero si desidera.

Per vedere la lista completa degli altri articoli sui “Fattori di guarigione”, clicca qui.

Il Counseling in Psicosomatica applica in modo esperienziale tutti questi fattori nei percorsi di crescita e ritorno alla salute che propone. Per ulteriori informazioni sui fattori che promuovono il ritorno alla salute o o sui percorsi proposti in base al vostro specifico caso, contattatemi.

Nota: il Counseling non è psicoterapia, né un intervento di cura o un’attività sanitaria. Il Counseling è una professione disciplinata dalla Legge n. 4 del 14 gennaio 2013.


Bibliografia

Cunningham A. J. et al., (2000), “A Prospective, Longitudinal Study of the Relationship of Psychological Work to Duration of Survival in Patients with Metastatic Cancer”, Psycho-oncology 9, n. 4 (July/August): 323-39.

Cunningham A.J., Watson K. (2004), “How Psychological Therapy May Prolong Survival in Cancer Patients: New Evidences and a Simple Theory”, Integrative Cancer Therapies 3, n.3 (September): 214-29.

Greer S., Morris T., Pettingale K.W., Haybittle J.L. (1990), “Psychological response to breast cancer and 15-year outcome”, Lancet, Jan 6;335(8680):49-50.

Huebscher R. (1992), “Spontaneous remission of cancer: an example of health promotion”, Nurse Pract Forum, Dec;3(4):228-35.

Kats L.S., Epstein S. (2005), “The Relation of Cancer-Prone Personality to Exceptional Recovery from Cancer: A Preliminary Study”, Advances in Mind-Body Medicine 21, nn. 3-4, (Fall/Winter): 6-20.

Pettingale K.W., Morris T., Greer S, Haybittle J.L. (1985), “Mental attitudes to cancer: an additional prognostic factor”, Lancet, Mar 30;1(8431):750.

Roud P.C (1987), “Psychosocial Variables Associated With the Exceptional Survival of Patients With Advanced Malignant Disease”, J Natl Med Assoc., Jan; 79(1): 97–102.

Schilder J. N. et al. (2004), “Psychological Changes Preceding Spontaneous Remission of Cancer”, Clinical Case Studies 3, n.4, October: 288-312.

Turner K. A. (2014), Radical remission: surviving cancer against all odds, HarperCollins Publishers, New York.

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