Il counseling: un incontro autenticamente umano

Il counseling è prima di tutto un incontro profondo tra due persone, il counselor e il suo cliente.

In seno a quest’incontro, il counselor crea per il cliente uno spazio in cui mette a disposizione tutta la sua presenza e un ascolto profondo, offrendo  accoglienza, assenza di giudizio e totale rispetto per il modo di essere e di pensare della persona (Rogers, 1942). In questo “nido” protetto, il cliente è totalmente libero di esprimere i suoi pensieri e sentimenti, come in nessun’altra relazione. Il fatto che il counselor sia un professionista permette alla relazione di svolgersi su un piano di libertà: ognuno dei partecipanti infatti non deve niente all’altro, al di fuori dei termini in cui il rapporto si struttura (tipo di aiuto prestato dal counselor, impegno richiesto al cliente, rispetto della privacy, durata, frequenza e pagamento delle sedute), i quali vengono concordati durante il primo colloquio.

Il counseling è una relazione d’aiuto

Il termine “counseling” (inglese americano) o “counselling” (inglese britannico), che deriva dal verbo latino consulo, nel suo significato di “aver cura di” e “venire in aiuto”. Indica un’attività professionale che si svolge in forma di un colloquio e che tende ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi e stimolandone le qualità, le risorse e le capacità di scelta.

Nato negli Stati Uniti negli anni Quaranta del Novecento, il counseling si è ormai diffuso anche in Europa, oltre che per la gestione dei problemi della sfera individuale, anche come strumento di supporto nei servizi sociali, nel volontariato, nel sistema educativo e sanitario, nella consulenza familiare e di coppia, nel management e nella gestione del personale aziendale (Di Fabio, 1999).

Chi è il counselor?

Il counselor è innanzitutto una persona fortemente motivata ad aiutare l’Altro e che ha sperimentato su di sé l’utilità di un percorso di counseling, essendo stata per lungo tempo nei panni del cliente.

Si tratta di un professionista che ha realizzato un percorso formativo e di crescita personale pluriannuale[1], specifico per fornire un supporto chi affronta problemi di vario tipo come un malessere esistenziale (Frankl, 2015), un problema di autostima, relazioni che non funzionano, decisioni su cui si è molto incerti, una perdita, un cambiamento che spaventa o una malattia.

Il counselor aiuta la persona a fare chiarezza, ovvero a definire in dettaglio e in profondità il suo problema e a comprendere di che tipo di aiuto possa aver bisogno. Se egli ritiene di poter essere realmente utile proporrà successivamente un percorso che, passo dopo passo, aiuterà il cliente a scoprire da sé nuovi punti di vista: saranno questi che gli permetteranno di trovare, con la guida del counselor ma con le sue forze e risorse, le soluzioni che ritiene più adatte a sé. Se al contrario il counselor considererà di non poter essere d’aiuto, suggerirà alla persona di rivolgersi a un altro tipo di specialista.

Spesso siamo così immersi nella nostra interpretazione di quel che viviamo, del mondo e delle nostre relazioni, che passiamo mesi, se non anni, a cercare di risolvere il nostro malessere, adottando e ripetendo comportamenti che, oltre a non funzionare, ci lasciano ogni volta più stanchi e frustrati. Prendiamo un’immagine semplice per chiarire questo meccanismo: pensate a quelle mosche che cercano di uscire all’esterno passando dall’anta chiusa di una finestra, andando a sbattere a più riprese sul vetro perché sono convinte che quella sia l’unica strada; se però, qualcuno le aiutasse a spostare lo sguardo di mezzo grado, si renderebbero conto che l’anta a fianco è aperta e potrebbero uscire all’esterno senza difficoltà.

Il counseling è un’arte

Si tratta di un’arte maieutica che, principalmente attraverso lo strumento della parola, ha l’obiettivo di far emergere le risorse che il cliente già possiede ma di cui non è consapevole o che non riesce a valorizzare. Il focus del counselor non è il sintomo, il problema ma è l’individuo: il problema che il cliente porta è il punto di partenza della relazione, ma il counselor accoglie ed estende il suo lavoro a tutte le dimensioni della persona, le quali sono accolte nella loro interezza. Si parla di “arte” in quanto nel counseling non vi è un percorso strutturato, il lavoro del counselor verrà guidato da ciò che emerge dal rapporto con il cliente e dalla sua sensibilità per utilizzare la tecnica giusta al momento giusto.

Chi è il cliente?

Il cliente è una persona che cerca un aiuto per superare un problema nel quale si sente “bloccata” o molto debole. Non cerca però un “salvatore”, qualcuno che risolva il problema al suo posto ma un professionista che la aiuti a tornare in una posizione di forza dalla quale essa stessa potrà gestire al meglio e con ritrovate risorse la sua vita in modo nuovo. In estrema sintesi, cerca una persona di riferimento che l’aiuti a “crescere”.

Il counseling dunque è una relazione caratterizzata non da una dipendenza tra chi somministra una cura e il soggetto che la riceve bensì da uno scambio alla pari tra il counselor e il suo cliente. La persona si rivolge al counselor non in quanto si reputi “malata” bensì in virtù di una chiara scelta di ricevere aiuto in un momento di difficoltà nel quale è consapevole di avere una propria responsabilità, sia nella nascita e nel mantenimento del problema che nella sua gestione e risoluzione. Chiede dunque un supporto non per guarire una patologia ma per non rimanere in balia di modi di pensare e di agire limitanti, per imparare a conoscersi e a utilizzare strumenti che le permetteranno di ritornare al timone della propria vita (May, 1983).

Si rivolge al counseling chi sta abbastanza male da rendersi conto di aver bisogno di un aiuto ma al contempo sta abbastanza bene per farsi carico di se stesso, impegnandosi in prima persona per risolvere i propri problemi. La stessa parola cliente, utilizzata nel counseling per indicare chi richiede aiuto, sottolinea il ruolo attivo della persona. La motivazione è dunque un fattore chiave per il successo del percorso, per cui la scelta di rivolgersi a un counselor non deve essere imposta da figure esterne come il medico, i servizi sociali o la famiglia ma deve provenire da un’esigenza propria dell’individuo.

Il confine tra counseling e psicoterapia

I confini tra counseling e psicoterapia non sono netti, trattando entrambi della dimensione interiore degli individui; si possono comunque identificare distinti ambiti di competenza e specifiche caratteristiche di intervento.

Il counseling si basa su una psicologia della salute che non si concentra più sulla patologia e sul disagio ma sulle condizioni che favoriscono la piena espressione e valorizzazione delle potenzialità individuali e umane e il contatto profondo con se stessi. Carl Rogers, uno dei “padri” del counseling, affermava che più che qualche cosa di diverso dalla psicoterapia, il counseling è sostanzialmente “un modo nuovo” di fare psicoterapia. Si possono comunque identificare dei distinti ambiti di competenza e caratteristiche di intervento.

La psicoterapia si occupa del disagio e della sofferenza psichica, in base ai quali l’individuo manifesta un quadro disarmonico della personalità e le cui origini possono essere profonde, di difficile accesso e lontane nel tempo. In questo caso è richiesto un intervento complesso di cui normalmente non si conosce la durata, volto a chiarire le dinamiche vissute dalla persona nel passato, a riarmonizzare le basi della personalità al fine di ricostruire una struttura relazionale che permetta la realizzazione di una vita psichica sana ed equilibrata.

Il counseling offre un supporto che non si concentra sulla patologia e sul disagio ma sulle condizioni che favoriscono la piena espressione e valorizzazione delle potenzialità individuali e umane e il contatto profondo con se stessi (Maslow, 1962). Nel counseling l’individuo è piuttosto portatore di un problema specifico o di un malessere emergente che non riesce a comprendere o che, nonostante i molti tentativi, non è riuscito a risolvere per conto proprio, arrivando a sentirsi come “incastrato”. Il counseling focalizza l’attenzione sul presente più che sul passato e attraverso tecniche di ascolto, di specificazione e comprensione della richiesta profonda della persona, aiuta quest’ultima ad attribuire un “senso” al problema, atto che favorisce una nuova visione delle cose e di conseguenza una modifica dei suoi comportamenti.

Il lavoro del counselor si esplica in un percorso di breve durata che resta normalmente aderente alla richiesta portata dal cliente e che, anche se il discorso può diversificarsi ed ampliarsi, non arriva mai a mettere in discussione la struttura della sua personalità.

Nota: il Counseling non è psicoterapia, né un intervento di cura o un’attività sanitaria. Il Counseling è una professione disciplinata dalla Legge n. 4 del 14 gennaio 2013.


Bibliografia

Di Fabio A. (1999), Counseling. Dalla teoria all’applicazione, Giunti, Firenze.

Frankl V.E. (2015), La sofferenza di una vita senza senso. Psicoterapia per l’uomo di oggi, 2ª ed., Ugo Mursia Editore, Milano.

Maslow A. (1962), Toward a Psychology of Being, D. Van Nostrand Company, New York, (trad. it. Verso una psicologia dell’essere, Ubaldini Editore, Roma, 1971).

May R. (1983), L’uomo alla ricerca di sé, Astrolabio, Roma.

Rogers C.R. (1942), Counseling and Psychotherapy, Houghton Mifflin Company, Boston (trad. it. Psicoterapia di consultazione, Astrolabio, Roma, 1971).

Note

1 Attualmente gli standard formativi promossi dalla European Association for Counselling (EAC) prevedono una formazione teorico/pratica non inferiore alle 950 ore. Tale monte ore deve includere almeno 50 ore di percorso personale e 450 ore di pratica professionale supervisionata e deve essere svolto in un arco temporale non superiore ai 6 anni.

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