Effetto placebo e biologia delle aspettative positive

Si parla di placebo quando ci si riferisce a una sostanza che non è dotata di effetti terapeutici (la classica “pillola di zucchero”) ma che viene somministrata ai pazienti come se li possedesse1. Si utilizza nelle sperimentazioni volte a verificare la reale efficacia dei farmaci. Spesso dette sostanze inducono nei pazienti miglioramenti reali dei loro disturbi, i quali si riconducono al denominato effetto placebo, ovvero alla somatizzazione delle  aspettative di miglioramento che il malato attribuisce al rimedio che gli è stato somministrato. Si tratta perciò di quel fenomeno in base al quale l’aspettativa crea la propria realtà e che funziona sia in caso di aspettative positive che di aspettative negative, nel qual caso parleremo di effetto nocebo.

Gli elementi che influiscono sulle aspettative di guarigione sono molteplici. I rituali o i simboli della cura, come la semplice vista del camice bianco o di una siringa, possono farci sentire subito meglio se attribuiamo loro dei poteri risanatori. L’atteggiamento caloroso di un medico che ci rinfranca e che ci fa sentire al sicuro, ci permette di rilassarci e di percepire meno il dolore. E poi ci sono le parole. Le parole sono sempre state capaci di guarire, in ogni epoca, di creare le suggestioni giuste al momento giusto, indipendentemente dalla reale efficacia delle erbe o riti utilizzati. E così come sono state lo strumento terapeutico fondamentale quando non erano disponibili i farmaci o altri rimedi attuali, lo sono ancora oggi. Come ben sappiamo le parole possono indurre degli stati psicologici o emozionali che hanno un immediato riflesso sulle reazioni cerebrali, ovvero sul tipo e quantità di neurotrasmettitori, ormoni e altre sostanze che da questo vengono prodotte e che influenzano organi e funzioni del resto del corpo. Le parole sono capaci di attivare ciò che Mariano Bizzarri2, nel suo libro La mente e il cancro, considera «uno stato interiore specialissimo meritevole di essere definito come il guaritore interno» (Bizzarri, 1999, p. 12). Essendo questo il quadro, sarà più facile capire l’importanza reale, e non solo di buon senso, di comunicare con il malato in modo da mantenere alta la sua speranza di tornare a stare bene.

A tale proposito, il prof. Fabrizio Benedetti3 (Benedetti, 2018) ha rilevato nei suoi studi sull’effetto placebo che la speranza, nella veste di aspettative positive indotte dalle parole del medico, innesca gli stessi meccanismi analgesici della morfina. Più precisamente questo sentimento produce un’attivazione delle aree cerebrali che producono endorfine e dopamina, responsabili della riduzione del dolore e della sensazione di benessere e attivano i recettori degli stessi . Il professore afferma «La speranza è un evento biologico che genera benessere e, come tale, produce effetti biologici che hanno una potenza simile, a volte, a quella dei farmaci» (Benedetti, 2018, p.70). E ancora afferma che la scienza oggi descrive la speranza come «un’entità concreta che ha il potere e la forza di modificare il cervello e l’intero organismo» (Benedetti, 2018, p. 12); è da considerarsi alla stregua di un farmaco che produce effetti simili a quelli ottenuti nei laboratori e che agisce attraverso gli stessi meccanismi. Di conseguenza, la somministrazione di un farmaco realizzata da un medico in camice bianco, che ci stringe la mano e ci assicura che il dolore diminuirà, è molto diversa rispetto alla somministrazione realizzata attraverso un macchinario apposito all’insaputa del paziente. Le parole non possono sostituire i farmaci ma sicuramente possono potenziarne gli effetti positivi, portando in alcuni casi a poterne diminuire le dosi e il numero di somministrazioni richieste.

La PNEI ci conferma che la speranza e le altre emozioni che ci regalano un senso di pace, gioia, amore e pienezza sono legate alle produzione di sostanze come serotonina, relaxina, ossitocina, dopamina ed endorfine, le quali producono nell’organismo una serie di effetti benefici quali: abbassare la pressione arteriosa; migliorare la circolazione; rendere più profondo il respiro, il che implica che una maggior quantità di ossigeno affluirà alle cellule; digerire il cibo più lentamente, il che ci permette di assorbire una maggior quantità di nutrienti; aumentare l’attività dei globuli bianchi e rossi, il che aiuta il sistema immunitario a combattere le infezioni; aumentare l’attività delle cellule natural killer, migliorando la capacità del sistema immunitario di contenere la proliferazione delle cellule cancerose, di riconoscerle e e rimuoverle; ridurre i livelli di infiammazione nel sistema; ridurre la percezione del dolore. In questo modo si rafforzano tutti i processi di sorveglianza immunitaria, depurazione e rinnovamento dei tessuti, favorendo il ritorno alla salute.

Nel libro sul Metodo Simonton Ritorno alla salute, viene citato un test eseguito dal dr. Simonton su 152 malati di cancro, nel quale i pazienti vennero valutati all’inizio della terapia in base al loro atteggiamento verso le cure e successivamente si controllarono le loro reazioni su un periodo di 18 mesi. Il test confermò che i pazienti con atteggiamento positivo avevano avuto una reazione migliore alle cure rispetto a quelli con atteggiamento negativo. Inoltre, tra quelli con atteggiamento negativo, solo 2 mostravano una buona risposta alle terapie. Appariva dunque una significativa concordanza tra le aspettative sulle cure e i loro effettivi risultati. Osserva inoltre il dr. Simonton (Simonton et al., 1978, p. 78):

«Il risultato più significativo dello studio fu che un atteggiamento positivo nei confronti delle cure è un indicatore della risposta alla terapia più valido del grado di gravità della malattia. Vale a dire i pazienti che avevano una prognosi molto grave ma un atteggiamento positivo andavano meglio di pazienti che avevano una prognosi relativamente meno grave ma con un atteggiamento negativo. Inoltre i pazienti che cominciavano a considerare positivamente le cure spesso comunicavano una riduzione degli effetti collaterali».

Al contrario pazienti che avevano molta paura delle cure ed erano convinti della loro nocività, mostravano un rapido peggioramento ed effetti collaterali spiacevoli non riconducibili alle terapie. Spesso è difficile distinguere gli effetti collaterali associati alle cure da quelli prodotti dalla convinzioni. Un esempio ne è la nausea associata a certi tipi di cure che a volte i pazienti lamentano prima di sottoporsi al trattamento (Simonton, 1978). Chiariremo questo tipo di eventi nell’articolo relativo all’effetto nocebo.

Per vedere la lista completa degli altri articoli sui “Fattori di guarigione”, clicca qui.

Nota: il Counseling non è psicoterapia, né un intervento di cura o un’attività sanitaria. Il Counseling è una professione disciplinata dalla Legge n. 4 del 14 gennaio 2013.

Bibliografia

Benedetti F. (2012), L’effetto placebo. Breve viaggio tra mente e corpo, Carrocci Editore, Roma.

Benedetti F. (2018), La speranza è un farmaco, Mondadori Libri S.p.A., Milano.

Bizzarri M. (1999), La mente e il cancro, Frontiera Editore, Milano.

Simonton C., Matthews-Simonton S., Creighton J. L. (1978), Getting well again, Bantam Books, New York, (trad. it. Ritorno alla salute, Edizioni Amrita, Torino, 2005).

Note

1 Il vocabolo deriva dal latino placere che significa “piacere” o “accontentare”. E con tale intenzione il dizionario medico Quincey’s Lexicon nel 1787 introduceva il suo uso in medicina definendolo come un «medicamento usato più per far piacere che per giovare al malato» (Bizzarri, 1999).

2 Mariano Bizzarri (Roma, 1957) è un oncologo, saggista e Direttore del laboratorio di Biologia dei Sistemi presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università La Sapienza di Roma.Tra le altre cose, è autore di pubblicazioni divulgative riguardo l’eziogenesi del cancro.

3 Il prof. Fabrizio Benedetti è professore di Fisiologia umana e Neurofisiologia all’Università di Torino. È uno dei massimi esperti mondiali di effetto placebo.

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