Desidero, fortissimamente desidero

Una cosa che spesso succede a chi riceve una diagnosi di cancro o altra malattia percepita come fortemente minacciosa è che improvvisamente la persona si sente avvolta da una “bolla” che la separa da quello che la sua vita è stata fino a quel momento e da un futuro di progetti che sente di non potersi più permettere. Resta solo un presente che si preferirebbe evitare e che si cerca di mandare giù il più in fretta possibile, come si fa con una pillola amara. Una descrizione ricca di sfumature riguardo questo stato d’animo è presente nel dialogo tra il dottor Duruà e la sua paziente Eleonora (Barbie) alla quale è stato tolto un nodulo dal seno, entrambi personaggi del libro Panacea di Luciana Giordo e Giuseppe Soro (Giordo e Soro, 2018) di cui riporto un estratto.

Mettere “in pausa” la vita

Quando entrò nello studio del medico, si salutarono e lui la invitò con un cenno a sedersi. Si guardarono in silenzio.
«Ho fatto l’intervento due settimane fa» iniziò lei.
«Com’è andato?» chiese il dottore.
«L’intervento bene» rispose Barbie guardando verso il basso.
«E cos’è che non è andato bene, allora?» chiese il medico, intuendo le prossime parole della ragazza.
«Il linfonodo sentinella è risultato positivo e ora vogliono farmi lo svuotamento ascellare».
«Mmmh…».
«Poi mi hanno detto che il mio cancro non possiede i recettori per gli estrogeni e il progesterone, per cui mi hanno proposto una linea di chemioterapia citotossica».
«Come ti senti?».
«In generale sono giù. Non riesco a rallegrarmi delle cose. Speravo tanto che il mio sforzo potesse finisse con l’operazione, ma non è stato così».
«Come vedi le cose adesso?».
«Ora che mi hanno dato queste brutte notizie, è come se mi fosse franata addosso una montagna. Inizio a sentirmi “malata”, come se fossi entrata in quel tunnel buio della malattia che le descrivevo la volta scorsa».
«Puoi spiegarti meglio?».
«Sono sensazioni… Mi sembra di essere in una stanza chiusa, con delle grandi finestre. Una stanza dove non entra l’aria e che mi separa dal resto, dalla quale vedo tutto in bianco e nero. Anche i rumori arrivano attutiti, ovattati, come se intorno a me ci fosse neve, tanta neve».
«Cosa provi mentre ti vedi in questo scenario?».
«Sento il cuore come se fosse materia inerte. Non sento niente, né gioia né tristezza, mi sembra di essere sospesa, in uno stato di transizione. Riesco solo a pensare che devo resistere così, in apnea, fino alla fine delle cure. Fino ad allora non ci sarà spazio per altro. Fino ad allora, niente».
«Uno stato di morte in vita?» chiese il dottore.
«Sì. Non riesco a pensare di poter ridere, divertirmi, di poter gustare un piatto succulento o di sentire attrazione per un uomo… Sono una malata di cancro».
«Ti senti una malata di cancro prima di tutto?».
«Sì».
«E cosa sente una malata di cancro?».
«Si vergogna, si sente diversa. Per quello se ne sta in una stanza a parte».
«Tu di cosa ti vergogni esattamente?».
«Di essere marchiata» rispose Barbie, dopo qualche istante di riflessione.
«Come se avessi la peste?».
«Sì, mi vergogno perché so che in mia presenza le persone si sentono a disagio. Non sanno cosa dire, dove guardare, come se avessero paura che potesse toccare a loro, come se potessero essere contagiate, come se io potessi portar loro sfortuna… Non mi sento più invitata alla festa, la festa della vita, sa dottore?».
«Ti sei rinchiusa in un magazzino, giusto?».
«Sì, più o meno».
«Lo hai fatto con le tue mani?» chiese il medico. Barbie non rispose.
«E quando ti darai il permesso di uscire?».
«Quando sarò guarita».
«Cosa vuol dire guarita?».
«Come cosa vuol dire?» chiese Barbie.
«Ti considererai guarita quando finirai la chemioterapia, quando passerai felicemente il controllo del primo anno, quando avrai ricevuto il bollino verde dei cinque anni? Quando?».
«Bella domanda, dottore».

Tutti questi pensieri e sensazioni sono molto normali in chi attraversa una simile difficoltà, eppure la psicosomatica ci racconta che quanto più riprendiamo a godere di ogni attimo della vita, spostandoci nel nostro spazio di spinta vitale, tanto più aumentano le nostre possibilità di tornare in salute.

Individuare e perserguire i propri obiettivi

Nei suoi seminari, il dr. Simonton1 raccomandava ai suoi pazienti di individuare e perseguire con entusiasmo e determinazione il loro risultato desiderato, qualunque esso fosse, la guarigione, una nuova casa, un nuovo lavoro, l’amore da sempre sognato. Sollecitava le persone a sognare in grande, senza remore, approfittando dell’infinità di orizzonti che la fantasia dischiude. Le immagini che danno forma ai desideri pieni e senza condizioni portano forti emozioni di gioia e pienezza, che sono proprio quelle che ci fanno produrre gli ormoni più adatti al ritorno alla salute. Sognare è importante perché ci dà una direzione verso la quale dirigerci e rende pieno di vita ogni più piccolo passo che facciamo per convertirli in realtà. Quando cerchiamo di realizzare i nostri progetti siamo immersi nella vita, come i bambini che giocando perdono la cognizione del tempo, e la nostra presenza in quei momenti è tale che godere di quella pienezza è una gioia fine a se stessa. Quasi niente altro importa più, e la probabilità stessa di vedere realizzati quegli obiettivi diviene un fattore di secondaria importanza.

Sognare e mantenere sul nostro sfondo interiore le belle sensazioni che l’idea di “raggiungere la vetta” ci regala ci porta inconsapevolmente a orientare le nostre “antenne” e le nostre decisioni proprio nel senso da rendere più probabile la loro realizzazione. Le aspettative disegnano la realtà, come ci mostrano anche i fenomeni dell’effetto placebo e nocebo.

Seguire la sensazione

Luca aveva sempre pensato che avrebbe voluto insegnare all’Università e comunque a un pubblico di persone adulte. Dopo la laurea in Economia però non ebbe cuore di tentare la carriera universitaria, rischiava di raggiungere troppo tardi l’autonomia economica e le possibilità di successo, vista l’acerrima concorrenza, erano davvero esigue. Poi aveva voglia di conoscere il mondo, e l’idea di restare inchiodato per anni a un luogo, in attesa di un impiego, lo soffocava. Lavorò in diverse città e in diverse aziende, all’inizio imparò, viaggiò, si mise alla prova in mille modi, e tutto sommato era abbastanza contento, ma sentiva che comunque qualcosa gli mancava. L’unica idea sempre presente era il suo desiderio di insegnare. Si immaginava in piedi, mentre parlava di geopolitica di fronte al pubblico numeroso e attento di un’aula magna. In quel sogno si sentiva pieno, completamente soddisfatto, nel trasmettere il suo sapere riposava la sua ragione di esistere. Durante la sua vita fino a quel punto aveva incontrato tante persone senza fremito, che avevano rinunciato ai loro sogni e che si trascinavano stancamente nella vita. Lui non voleva diventare come loro e sentiva di dover fare qualcosa affinché la sua fiammella interiore non si spegnesse. Iniziò allora ad approfondire la sua passione per l’ambiente, fece molti corsi di formazione, e in breve tempo iniziò a collaborare con le associazioni ambientaliste della sua città. Sviluppò un nuovo metodo di sensibilizzazione alle tematiche ambientali e fu chiamato a insegnarlo nelle scuole di ogni ordine e grado della sua Regione. Decise di lasciare il lavoro per dedicarsi a questa nuova attività a tempo pieno. Certo, temeva che questo potesse condurlo a una situazione economicamente meno florida, ma lui sentiva che ci doveva provare, non poteva rinunciare all’adrenalina, all’energia e alla gioia che quella scelta gli dava. Era molto carico e fiducioso che nel caso in cui eventuali problemi si fossero presentati, lui avrebbe trovato una qualche soluzione. Luca sentiva di aver raggiunto il suo risultato desiderato: non stava insegnando geopolitica, il suo pubblico non era formato da adulti e le sue lezioni non avvenivano in un’aula magna universitaria, però la sensazione di gioia, di sentirsi utile agli altri e al mondo, era quella che aveva sempre inseguito dentro di sé, e che anzi, lavorando con le nuove generazioni, aveva superato ogni sua aspettativa.

Confondere realismo e pessimismo

Tante persone tolgono sapore alla loro stessa vita restando ancorate a convinzioni malsane e negative sul loro futuro. «Perché dovrei sognare e progettare in grande se poi non potrò vedere realizzati i miei desideri?». E naturalmente non c’è bisogno di una malattia per avere un atteggiamento simile, è frequente incontrare uomini e donne di ogni età che tengono la loro fantasia legata al palo di una supposta idea di “realismo”, quando invece dietro a questa parola si nasconde una semplice visione pessimistica della realtà: tra tanti scenari possibili, si sceglie il peggiore. Quando la malattia è presente però, è particolarmente importante e urgente spostarsi in uno stato d’animo che ravvivi la vitalità con tutti gli strumenti possibili.

Certo, a volte lo stato delle cose può essere molto lontano dai nostri sogni e dunque ci sembra che sognare porti con sé l’illusione e il rischio di soffrire. C’è però una risposta a questo che consiste nel non attaccarsi al fatto che i nostri desideri si realizzino. Ne parleremo nel prossimo articolo dal titolo “Il non attaccamento”. 


Nota: il Counseling non è psicoterapia, né un intervento di cura o un’attività sanitaria. Il Counseling è una professione disciplinata dalla Legge n. 4 del 14 gennaio 2013.

Bibliografia

Giordo L., Soro G. (2018), Panacea, Youcaprint, Lecce, pp. 445-446

Note

1 Oscar Carl Simonton (1942-2009) fu un oncologo radioterapista statunitense, che si dedicò allo studio della relazione tra la mente e il corpo e delle sue applicazioni in favore dei processi di guarigione. Negli anni Sessanta e Settanta, durante le prime fasi di sviluppo di quello che poi sarà conosciuto come il metodo Simonton, lavorò nel Centro di ricerca e consulenza sul cancro a Dallas, in Texas e successivamente nel suo Centro di Fort Worth (Texas) e sperimentarò il suo metodo con i pazienti della Base aeronautica di Travis (California), nella quale egli era responsabile della radioterapia. A partire dal 1984 il lavoro proseguì nel Simonton Cancer Center di Malibu (California), nel quale attualmente continua. I Seminari per pazienti e terapeuti organizzati dai Centri Simonton Internazionali si tengono negli Stati Uniti, Europa e Giappone.

Foto di Hermann & Richter su Pixabay

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